Sindrome metabolica: End Point di uno scorretto stile di vita
Trattare in un singolo ed unico articolo un tale argomento risulta alquanto riduttivo data la vastità di materiale a disposizione e la complessità dello stesso. Spiegare e rendere fruibili concetti che trovano le loro basi profonde nella biologia e nella biochimica passando per la fisiologia e l’endocrinologia non è sempre facile e possibile, soprattutto in caso di un pubblico comune che raramente si interfaccia con queste materie.
Per questa ragione, questo primo post sarà caratterizzato da un taglio introduttivo, per inquadrare il tema, ovvero la sindrome metabolica, e per fornire spunti di riflessione su di esso. Qualora sia richiesto approfondiremo di volta in volta un particolare aspetto nella maniera più chiara possibile senza sfociare in trattati che risulterebbero non proficui per una corretta, ma soprattutto spendibile informazione.
Cosa si intende per sindrome?
Per prima cosa, il termine SINDROME nell’ambito medico viene utilizzato per identificare un insieme di sintomi e segni clinici che rappresentano la manifestazione di una o più patologie della più disparata natura ed eziologia.
Quindi da questa definizione si evince come la sindrome metabolica non venga considerata una patologia vera e propria nel senso stretto del termine, bensì qualcosa di più esteso che necessita un grande sforzo dal punto di vista degli studi per la sua comprensione.
La sindrome metabolica al giorno d’oggi
Nella società odierna, l’adozione di errati stili di vita (alimentazione sregolata, sedentarietà, stress) uniti ad un ambiente sfavorevole (inteso come ciò in cui l’uomo è immerso e con il quale si interfaccia) hanno creato un terreno ideale per l’instaurarsi di innumerevoli malattie a carattere cronico, le quali inevitabilmente presentano alterazioni, tra le tante cose, anche a livello metabolico.
Pensate ai nuovi casi di obesità che di giorno in giorno vengono diagnosticati a livello mondiale, aspetto che ha portato i massimi esperti della salute a coniare il termine Globesity per sottolineare la gravità del fatto stesso.
Ma non ci fermiamo qui, perché le evidenze scientifiche che mettono in luce la correlazione tra l’obesità e le relative comorbidità (in altre parole, le complicanze associate) che intaccano altri sistemi del corpo umano.
Ed ecco che vengono diagnosticati squilibri nel metabolismo glucidico e lipidico (insulino resistenza, diabete, ipertrigliceridemia ed ipercolesterolemia) problemi cardiovascolari, disfunzioni endocrine per non dimenticare in ultimo le neoplasie, altra piaga tristemente presente nei nostri giorni.
Poiché definire in modo mirato l’origine di una precisa disfunzione metabolica risulti ad oggi utopistico (eccetto pochissimi casi), data la complessità della fisiologia umana, la sindrome metabolica indica quei fattori che se presenti, inquadrano un determinato soggetto in una fascia ad alto rischio per la salute.
Criteri di inclusione
La ricerca di criteri di inclusione adeguati, che prendessero in considerazione parametri diagnostici applicabili alla pratica clinica vede a partire dagli inizi degli anni 90 un susseguirsi di revisioni, complici (e per fortuna aggiungerei) le conquiste di nuove conoscenze nel campo della fisiopatologia. In linea di principio tuttavia ed indipendentemente dal modello di classificazione adottato (attualmente il più accreditato risulta quello formulato dalla International Diabetes Federation), i fattori di rischio sono tutti riconducibili all’obesità viscerale, ipertensione arteriosa ed alterazioni del metabolismo glucidico e lipidico. Chiaramente, il quadro clinico si aggrava in relazione al numero di criteri presenti e all’entità degli stessi.
Affinchè un soggetto possa essere definito affetto da tale sindrome deve verificarsi la compresenza di 3 o più dei seguenti parametri:
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Circonferenza vita > 94 cm negli uomini e > 80 cm nelle donne
Ad essere precisi vengono oggi utilizzati dei cut off specifici per la popolazione e paese considerati. In determinati contesti viene preso in considerazione l’indice di massa corporea (IMC o meglio conosciuto come BMI).
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Glicemia a digiuno ≥ 100 mg/dl
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Trigliceridi ematici ≥ 150 mg/dl
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Colesterolo HDL < 40 mg/dl negli uomini e < 50 mg/dl nelle donne
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Pressione arteriosa ≥ 130/85 mmHg oppure in corso di terapia antiipertensiva.
Va precisato che questo metodo di classificazione rappresenta solamente la punta dell’iceberg, la manifestazione fenotipica di una condizione critica, caratterizzata da numerose e complesse dinamiche molecolari che fanno capo, in un modo o nell’altro ad una situazione di infiammazione globale dell’organismo. E proprio l’infiammazione risulta essere un elemento comune a tutte le patologie metaboliche che ad oggi colpiscono la nostra popolazione, motivo per il quale la comprensione risulta fondamentale per agire ad ampio spettro.
Cosa fare?
Indubbiamente il primo step è quello di attuare un piano di prevenzione primaria. Non è tuttavia sempre possibile, a causa della cronicizzazione di comportamenti sbagliati che intaccano il quadro della salute dei soggetti. Il discorso ovviamente in questi casi cambia e si deve passare alla prevenzione secondaria e qualora necessario all’intervento terapeutico farmacologico mirato.
Ma ritornando a noi, quali strumenti abbiamo a nostra disposizione? Come sempre attività fisica e nutrizione adeguata (e badate bene ho parlato di nutrizione, non alimentazione) non dimenticando un miglioramento generale del modo di vivere odierno.
Oramai i benefici che derivano dall’attività fisica sono noti e la ricerca scientifica si sta sempre più evolvendo e dimostrando il rapporto bilaterale tra geni e nutrienti (parleremo a tal proposito anche di nutrigenetica e nutrigenomica). Entrambe queste componenti, quando applicate col giusto raziocinio agiscono in concerto migliorando lo stato fisiologico prevenendo (esclusion fatta per situazioni in cui la componente genetica gioca un ruolo principe) possibili alterazioni che in cronico possono sfociare in patologia.
Articolo di: Andrea Catalano

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